lunedì 6 dicembre 2010

Come ci si sente a chiudere. Storia di un imprenditore che non ha potuto superare la crisi

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Rischio Calcolato ha ricevuto questa mail, che volentieri pubblica. E’ una lettera scritta da un imprenditore che ci ha chiesto, per evidenti motivi, di restare anonimo e che ci pare rappresentativa della situazione di tanti, troppi imprenditori che, ignorati dalla stampa e dalla politica, sono in tale difficoltà da mettere in dubbio la continuità aziendale. E si parla anche di aziende solide, con una storia pluri decennale alle spalle, passate attraverso molte altre crisi, sempre terribili, ma mai come l’attuale.


Volentieri pubblichiamo e, anzi, invitiamo chiunque volesse inviarci commenti sulla sua situazione e su come essa non si rifletta sui media, di spedirli a rischiocalcolato@gmail.com .


Non sono un bamboccione. A 16 anni studiavo in una città diversa da quella in cui abitavano i miei, l’università l’ho fatta lavorando. Dopo la laurea avrei potuto entrare nella ditta di mio padre. Invece ho accettato un altro lavoro, non era nella mia provincia e neppure vicino. Mi pareva giusto fare esperienza, imparare a camminare . Ho lavorato in 5 aziende diverse in più di un paese europeo.

In quel periodo posso dire di aver guadagnato bene, poi, come mi è parso giusto e normale, sono tornato a casa per gestire l’azienda di famiglia. Era il 2002 e stavamo entrando in una fase che si è rivelato buona. Al solito, alla tivù dicevano che l’Italia era allo sfascio, ma io vedevo i negozi pieni e gli agenti che terminavano le fiere con una ricca messe di appuntamenti presi. Anni buoni, decisamente.

L’avviso della svolta è stato nel 2006, in quell’anno ci siamo accorti di essere sì cresciuti in fatturato (anche se di poco), ma non nel numero dei clienti. Abbiamo reagito: ricordo ancora la ricerca dei clienti esteri, lo scoprire la realtà francese così simile alla nostra, oppure la spagnola in cui, prima ancora di noi, per tutti c’è stata una moria di clienti. E poi, la Germania dai consumi calanti, l’est Europa, che per qualche anno era parso la nuova frontiera, che non rispondeva alle nostre email. Per arrivare fino al Regno Unito in cui catene di negozi, rimandavano all’infinito pagamenti di 500 euro.

Quello che fa male è che ci ha fregati lo spirito del fare, il cercare di innovare per migliorare la situazione. Siamo rimasti con la linea di prodotti importati, la pubblicità coi suoi costi e risultati che non sono stati all’altezza. L’idea pareva vincente, meglio, per altri pareva aver dato un bel po’ di frutti. Avevamo trovato una linea di prodotti che ci pareva vincente. Ne avevamo fatto una piccola scorta e, poi, eravamo partiti con la pubblicità. All’inizio era parso andare tutto bene, al punto che le scorte iniziali non erano bastate ad evadere tutti gli ordini. Abbiamo preso coraggio ed abbiamo rischiato. Credevamo sul sicuro. Invece, di colpo, i prodotti hanno smesso di essere richiesti. Ci siamo trovati col magazzino pieno e la pubblicità che continuava a costare senza produrre risultati. Siamo caduti e non ci siamo riusciti a rialzare. Non perdo neppure tempo a dare la colpa alle banche. Abbiamo sbagliato.

Quello che ci rimane è oggi una vecchia targa d’associazione a confindustria che celebrava i decenni di iscrizione. L’azienda è chiusa, fallita. Se ne occupa mio cognato, io non ce la riesco, fa troppo male.

Il problema è cosa fare ora: ho quasi 50 anni, due figli ed una moglie. Abbiamo messo qualcosa da parte, ma sono case, ed ora non è facile venderle. Se poi mi arriva la patrimoniale mi toccherebbe intaccare quei pochi contanti che mi sono rimasti.

In paese è inevitabile incontrare ex dipendenti, alcuni vivono accanto a me, altri hanno i figli nella stessa scuola, capita, capita spesso, generalmente non mi sento neppure imbarazzato. Tutti sembrano capire. In un modo o nell’altro tirano avanti, ma nessuno come una volta. Gli stipendi di un tempo sono un ricordo per tutti. Per la maggior parte il posto fisso non esiste più, alcuni si stanno dedicando a dare una mano nei campi. Io… non so cosa fare. Ho pensato di vendere quel poco che avevo e di andarmene in un paese caldo, magari ai carabi e passare i prossimi 20, 30 anni a pescare.

Se liquido tutto potrei anche tirare avanti, sperando che i prezzi non salgono pure lì o mi si svalutino i soldi messi in banca. Ma è una vacanza, ed io in vacanza, prima o poi, mi sono sempre stufato. Restare qui, in Italia, vuol dire trovare un nuovo lavoro. Senza dirlo in giro, ho mandato dei curriculum, con la posta elettronica, non più per lettera come facevo 25 anni fa. Non mi ha risposto nessuno e d’altro canto non mi sarei risposto neppure io.

Ho una casa da mantenere, due figli a scuola, una moglie che lavorava con me e che ora è a casa. Non è per orgoglio che non accetto le cose che mi offrono, è che non farebbero la differenza. E poi non so se saprei di nuovo fare il dipendente. Sono troppo abituato a decidere io cosa sia giusto o sbagliato.

Intendiamoci, non sto con le mani in mano. sto provando diverse strade, alcune simili alla vecchia azienda, altre del tutto diverse. Ma l’impressione è che ovunque si vada a parare si rischi solo di buttar via soldi e non posso rischiare di farlo. Morale, aspetto che i tempi siano un po’ meglio e si possa far partire una delle tante idee che mi sono frullate nella testa. Ma intanto il conto in banca cala, e se mi arriva la patrimoniale….

Rischio calcolato rinnova l'invito ad inviare le vostre testimonianze che saremo ben lieti, se vorrete, di pubblicare.
ecco i due link alle lettere pubblicate in passato

Basta poco per sostenere Rischio Calcolato, sottoscrivi il feed oppure investi 2 minuti del tuo tempo cliccando su questo link... Grazie!


http://www.wikio.it
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5 commenti:

Anonimo,  6 dicembre 2010 18:31  

è difficile solidarizzare più di tanto con una persona per cui l'alternativa a trovarsi un'occupazione è "vendere tutte le case e vivere di rendita ai tropici"

FunnyKing 6 dicembre 2010 18:41  

tipico commento all'italiana.

Silvia 6 dicembre 2010 19:43  

Chi ha lavorato, rischiando del suo 12/14 ore al giorno dando la metà e oltre al socio stato nullafacente ha pieno diritto di comprarsi case con gli utili. E comprando case genera ricchezza perchè da lavoro a chi le progetta, le costruisce e ad un indotto che coinvolge 2 cifre percentuali di PIL.
Lo stato prende, ma l'imprenditore in caso di difficoltà non ha nulla in cambio. non ha malattia, disoccupazione, sussidi, stipendio assicurato, mobilità. So cosa vuol dire aver due figli piccoli da mantenere (da sola). So cosa sia sperare che paghino le fatture arretrate, lavorare senza sosta, non dormire per le preoccupazioni. A volte invidio chi il 26 ha l'accredito in banca. Magari al ritorno dalle ferie.

Chi poi a 50 anni, non per colpe proprie è costretto a vendere, spesso svendere, gli immobili acquistati con la fatica per poter mettere in tavola pranzo e cena ai propri figli non merita commenti come il precedente. ma rispetto, ammirazione e solidarietà.
E chi commenta abbia il coraggio di mettere nome e cognome.

saluti

Silvia Bonetti

FunnyKing 6 dicembre 2010 21:16  

grazie del commento Silvia, lo posso pubblicare come post domani?

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