mercoledì 1 dicembre 2010

In Svizzera gli elettori hanno difeso la concorrenza fiscale

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Articolo Di Marco Faraci da neolib.eu
 
Domenica si sono svolti in Svizzera tre referendum. I media nostrani ne hanno dato notizia in modo fuggevole, concentrandosi peraltro solamente sui due in tema di espulsione dei clandestini che commettono reati.

Attenzione scarsa o nulla da noi ha invece raccolto l’altro referendum che toccava una questione forse più lontana dal dibattito italiano, ma probabilmente in prospettiva anche più strategica.
Gli elettori hanno bocciato con una significativa maggioranza (circa il 60%) il referendum promosso dai socialisti che chiedeva che tutti i cantoni fossero chiamati ad applicare un’aliquota marginale locale di almeno il 22% sui redditi personali maggiori di 250 mila franchi (circa 190 mila euro).

Attualmente l’aliquota marginale massima a livello federale è di circa 11,5%, mentre l’aliquota massima a livello locale varia dal 10,9% (Zugo) al 30% (Ginevra). Questo significa che la massima aliquota a margine complessiva varia da poco più del 20% a poco più del 40%, a seconda dell’area geografica considerata. Se fosse passata la proposta socialista essa non avrebbe potuto essere inferiore al 33,5%.

In un paese come l’Italia dove sono tuttora forti l’invidia sociale ed il pregiudizio ideologico contro le categorie ad altra produttività ed alto reddito, una proposta come quella dei socialisti svizzeri sarebbe senz’altro sostenuta da un consenso maggioritario. In quanti – e non solo a sinistra – si opporrebbero al fatto che i “paperoni” siano tassati un po’ di più?

Invece gli elettori svizzeri hanno votato “no e con la loro scelta non si sono solamente opposti ad un aumento delle tasse per una porzione tutto sommato ristretta del paese, ma hanno anche e soprattutto difeso il principio della sovranità impositiva dei cantoni,che è alla base della generale moderazione fiscale della Confederazione.

Come spiega infatti EconomieSuisse la “Confindustria” elvetica: “L’accettazione dell’iniziativa fiscale del Partito Socialista avrebbe fortemente intaccato il sistema federalista della Svizzera. I cantoni e i comuni avrebbero dovuto aumentare le loro imposte e cedere importanti competenze fiscali alla Confederazione. Di conseguenza non sarebbe più stato possibile ridurre i tassi d’imposizione al di sotto delle soglie definite. Gli elettori hanno opposto un netto rifiuto a questo progetto. Il popolo e i cantoni sostengono il federalismo finanziario elvetico e una concorrenza fiscale efficace. La concorrenza intercantonale costringe lo Stato ad utilizzare il denaro pubblico con parsimonia ed ad ottimizzare costantemente il rapporto prezzo-prestazioni, ciò che rafforza la piazza economica svizzera.”

Tra le ragioni addotte dai socialisti in favore dell’armonizzazione fiscale c’è il fatto che la tassazione differenziata comporterebbe una concorrenza “sleale” dei piccoli cantoni ai grandi centri che devono comunque finanziare costose infrastrutture – ma si tratta di una tesi abbastanza fragile come dimostra ad esempio il livello di imposizione relativamente contenuto di una città come Zurigo (ben più conveniente rispetto alle francofone e più sinistrorse Ginevra e Losanna).

Nei fatti, che i cittadini di una certa area godano di tasse basse non favorisce solamente loro ai danni di quelli delle aree circostanti, ma anzi induce i governanti di queste ultime a limitare a loro volta la pressione fiscale con effetti benefici per gli abitanti. Così le buone condizioni fiscali offerte da Zurigo sono senz’altro in parte spiegabili con il fatto che confina con due cantoni low-cost come Zugo e Svitto.

In definitiva la competizione fiscale riduce il livello di tassazione complessivo rendendo la Svizzera un paese particolarmente appetibile per gli investitori.

Come nota l’economista Paolo Pamini del Liberale Institut la solidità del sistema elvetico si riflette anche nella sostanziale “prudenza” del quesito referendario. In effetti per gli avversari della concorrenza fiscale sarebbe stato in teoria più “efficace” porre paletti sull’aliquota media anziché su quella più alta – in quanto esistono cantoni che oggi hanno un’aliquota massima superiore al 22% ma che in virtù del basso livello delle altre aliquote, possono essere persino più convenienti per i redditi elevati rispetto ad alcuni dei cantoni che hanno aliquota massima inferiore al 22%.

Evidentemente gli estensori della proposta essi stessi comprendono gli aspetti virtuosi della concorrenza fiscale e quindi hanno puntato più che altro ad infliggerle un vulnus simbolico in nome della difesa dell’”equità sociale”. Nemmeno riuscendovi.

Insomma gli svizzeri, pur rifuggendo da un dibattito politico troppo ideologizzato, si mostrano un popolo estremamente consapevole delle implicazioni delle politiche fiscali e delle dinamiche consentite dal loro modello di federalismo.

E’ un peccato che la nostra classe politica che pure da quasi venti anni straparla di federalismo sia incapace di prefigurare anche solo le basi di un assetto istituzionale autenticamente decentrato e competitivo.
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